Cultura e cooperazione 

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Calcio solidale n°3 – Abba Cup, per non dimenticare Abba e fermare il razzismo

In vista della realizzazione di Soccer for Freedom, Radici Solidali realizza Calcio Solidale, una rassegna di storie, iniziative e progetti in cui il calcio è stato ed é utilizzato come strumento di solidarietà o di promozione di diritti, o di casi in cui il calcio porta alla luce storie di diritti negati.

 

Questa puntata di Calcio Solidale è dedicata all’AbbaCup, torneo sportivo contro il razzismo organizzato dal Comitato per non dimenticare Abba e per fermare il razzismo. Il torneo è nato per ricordare “Abba” Abdoul Guibre, dicianovenne originario del Burkina Faso, ucciso nel 2008 per aver rubato dei biscotti in un bar. Oltre a mantenere viva la memoria di Abba, il torneo intende promuovere la collaborazione fra le realtà che lavorano nel mondo dello sport e dell’antirazzismo.

 

Dal sito del Cantiere:

L’ Abba cup è un torneo sportivo contro il razzismo per non dimenticare Abba. Sono passati quasi quattro anni da quel maledetto 14 settembre 2008, quando un ragazzo di 19 anni originario del Burkina Faso, “Abba” Abdoul Guibre, è stato ucciso a sprangate. Abba era uno dei moltissimi giovani che compongono quella soggettività nuova e meticcia  che scorre nelle vene della nostra metropoli e ne costituisce la ricchezza più grande. La verità fu subito chiara agli occhi di tutti: Abba è stato ammazzato per il colore della sua pelle.  Non dimenticare Abba, a quasi quattro anni di distanza, rimane necessario perchè non accada ancora, ma soprattutto per costruire un futuro migliore dal basso e l’abba cup è uno dei modi che abbiamo scelto per tenere vivo il ricordo di quello che è successo quella notte ma anche quell’indignazione verso le politiche razziste e securitarie, che ha spinto migliaia di persone in piazza in quei giorni.

Questa iniziativa è nata da un’idea del “Comitato per non dimenticare Abba e fermare il razzismo” realizzata in collaborazione con l’associazione sportiva Rubin Carter e l’associazione sportiva Stella Rossa Rugby, come momento di coinvolgimento, rilancio e costruzione di giornate sportive all’insegna dell’antirazzismo, contro la xenofobia e per rivendicare diritti per tutti, anche quello di fare sport.
La scelta del nome che abbiamo dato al torneo non è assolutamente casuale: Abba è stato ucciso vigliaccamente per il colore della sua pelle. Noi riteniamo inaccettabile che a Milano, metropoli meticcia dell’Europa del nuovo millennio si muoia di razzismo e intolleranza e perciò vogliamo che la memoria di quell’episodio sia sempre viva e serva a diffondere anticorpi antirazzisti affinchè non accada mai più un omicidio razziale.
Crediamo che lo sport possa essere un forte strumento d’interazione tra le persone, attraverso cui costruire momenti di socialità, conoscenza reciproca e rispetto, che siano liberi e aperti a tutti. Tuttavia affinchè ciò accada non basta proclamarlo: è necessario costruire occasioni  di sport accessibile a tutti economicamente ma soprattutto veicolo di un messaggio di solidarietà e cooperazione che veda ogni differenza come una forza e una ricchezza e siano perciò importanti lezioni di antirazzismo.

Costruire l’Abba Cup ha per noi molteplici obiettivi generali:

- Promuovere una cultura antirazzista e raggiungere tante e tanti, soprattutto giovanissimi, tramite lo sport.
- Tenere viva la memoria di Abba in particolare, ma non esclusivamente, fra i giovani e sul territorio metropolitano
- Mettere in relazione tutte le soggettività che lavorano nel mondo dello sport e dell’antirazzismo e che possano, come facciamo noi, collaborare.

Per maggiori informazioni:

http://cantiere.org/abba-cup-warm-up-verso-la-5-edizione.html

http://www.abbavive.blogspot.it/

 

L’appello di Kaziza Lafkir, in sciopero della fame


La seconda pubblicazione di Oltre il Muro è l’appello di un giovane saharawi, Kaziza Lafkir, in sciopero della fame dal 1° giugno per richiedere la liberazione dei 22 prigionieri politici saharawi detenuti nel carcere di Salé, a Rabat, dopo la repressione dell’accampamento pacifico di Gdeim Izik.

Buongiorno,

mi chiamo Kaziza Lafkir, sono nato 21 anni fa a El Ayun, nel cuore del Sahara Occidentale occupato dal Marocco.

Ho deciso di iniziare uno sciopero della fame, immediatamente e a tempo indeterminato, come mezzo di protesta contro l’ingiusto trattamento che ricevono i miei compatrioti nelle carceri del paese che ormai da 37 anni ci occupa militarmente con il beneplacito delle grandi potenze mondiali, nonostante le condanne internazionali e gli enormi sforzi per raggiungere una soluzione pacifica.

Se oggi sono ancora qui, fuori dalla mia terra, non è per mio desiderio o capriccio, ma a causa delle minacce che mi sono arrivate attraverso una familiare stretta che è stata arrestata e interrogata per più di una settimana affinché confessasse dove mi trovassi e cosa stessi facendo, e che alla fine ha ricevuto questo consiglio:  “meglio che non torni, se vuole continuare a vivere”.

Attualmente la mia casa a El Ayun continua ad essere sotto stretta sorveglianza della polizia ed è mio fratello minore che deve uscire a comprare il pane e il cibo, poiché i miei fratelli e mia madre devono muoversi poco se non vogliono essere arrestati.

Però oggi non sono qui né per me né per la mia famiglia, per lo meno non quella stretta, ma per un’altra famiglia che oggi soffre una reclusione di un anno e mezzo, nelle condizioni peggiori che si possano immaginare, con frequenti torture e un pessimo trattamento sanitario e igienico. Parlo dei miei 22 fratelli prigionieri nel carcere di Sale a Rabat, parlo dei quasi 80 fratelli e sorelle che sono prigionieri in diverse carceri a causa della loro lotta per un Sahara libero.

Nessuno dei miei 80 fratelli né io abbiamo commesso alcun delitto, se non quello di cercare di condurre una vita dignitosa, libera, in pace, con sovranità e indipendenza, come saharawi, diritto che ci è stato riconosciuto in varie risoluzioni delle Nazioni Unite a partire dal 1960, quando ancora eravamo sotto il dominio coloniale spagnolo, e ratificato in tante altre risoluzioni.

La situazione non può continuare in questo modo, non possiamo continuare a vivere senza una patria, senza un Paese, senza uno Stato che riconosciamo come nostro.

Il popolo saharawi non può continuare a essere asfissiato eternamente e né le repressioni, né il carcere, né le torture riusciranno a farci indietreggiare nella lotta pacifica per i nostri obiettivi di libertà e indipendenza.

Per questo ho deciso da solo di continuare la mia lotta pacifica attraverso questo sciopero della fame, così come fecero altri prima di me, tra cui Nelson Mandela, Gandhi, Aminetu Haidar, una lotta che non smetterò fino a che come minimo non saranno liberati i miei 22 fratelli arrestati durante l’atto eroico dell’accampamento di Gdeim Izik.

Voglio inoltre ricordare e fare uno speciale omaggio al martire Hamdi Tarwafi, attivista trovato morto due giorni fa vicino al fiume Saguia el Hamra, luogo dove di solito la polizia lascia gli attivisti dopo gli interrogatori nel commissariato.

Voglio ricordare anche il martire Said Dambar che è stato ucciso e il cui corpo ancora non è stato restituito ai suoi familiari. Esigo giustizia immediata per la sua famiglia.

Faccio un appello urgente al governo marocchino affinché risponda a queste richieste che non sono solo mie, ma di tutto il mio popolo, o in caso contrario ad andare incontro alle conseguenze che potrebbero verificarsi, prima fra tutte la mia morte.

Faccio un appello a tutti i saharawi della diaspora, a tutti i saharawi dei territori occupati e dei campi profughi, che sono un unico popolo, ovunque essi siano, affinché manifestino in favore della libertà dei nostri fratelli prigionieri e dell’indipendenza della patria il 9 giugno, anniversario della morte del nostro eroe nazionale El-Ouali Mustapha Sayed. Manifestiamo tutti uniti davanti a ogni ambasciata, ogni consolato, ogni ufficio turistico della monarchia marocchina per la libertà dei prigionieri politici e per la libertà del Sahara.

Non possiamo fermarci nemmeno per un secondo, i nostri fratelli e la nostra patria hanno bisogno di noi.