Cultura e cooperazione 

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AZIONE INTERNAZIONALE A SOSTEGNO DEI PRIGIONIERI POLITICI SAHARAWI

AZIONE INTERNAZIONALE PRIGIONIERI

 

Un gruppo di 23 Saharawi è imprigionato nel carcere di Salé a Rabat (Marocco) solamente per aver partecipato al campo di Gdeim Izik alla fine del 2010 ed è in attesa di essere giudicato da un tribunale militare marocchino il 1° febbraio 2013. Il campo di Gdeim Izik, a 15 km dalla città occupata di El Aaiun (capitale del Sahara occidentale), è stata la più importante manifestazione pacifica nella storia della causa saharawi.

Più di 20.000 persone hanno lasciato le loro case e si sono accampate nel deserto, dichiarando al mondo di non poter più  vivere sotto l’occupazione marocchina nella loro terra, il Sahara Occidentale.

Questo campo è stato smantellato violentemente l’8 novembre 2010 dalla polizia e dall’esercito marocchini sotto gli occhi delle Nazioni Unite e della comunità internazionale; da allora i prigionieri sono privi della propria libertà e vengono sottoposti a tortura.

Firma a sostegno della liberazione dei prigionieri:

PETIZIONE SU AVAAZ.ORG

Il 26 gennaio 2013 alle 12 ci incontreremo di fronte all’Ambasciata del Marocco Piazza Mincio – angolo Via Brenta 12/16 e ci muoveremo per le vie di Roma per informare la popolazione.

 

Per la libertà dei prigionieri, per la libertà dei Saharawi!

 

 

L’incontro fra Ross e la gioventu’ saharawi. L’inviato dell’ONU e alcuni giovani rifugiati a confronto

Mohamed Salem Werad è un giovane saharawi residente nel campo profughi di Smara. Come lui stesso si definisce: saharawi, profugo, scrittore e combattente per l’indipendenza del Sahara Occidentale. Da marzo 2011 gestisce un blog in inglese su cui pubblica le proprie riflessioni ed opinioni su vari aspetti della sua cultura, su questioni politiche, sociali e culturali collegate alla condizione dei profughi saharawi.

L’articolo riporta i contenuti dell’incontro tenutosi il 3 novembre nel campo profughi di Smara fra Cristopher Ross, inviato speciale ONU per il Sahara Occidentale, e un gruppo di giovani Saharawi, fra cui l’autore.
Dal dibattito emergono l’insofferenza e l’esasperazione dei giovani partecipanti, che sottolineano le criticità del processo di pace e l’indifferenza della comunità internazionale. Le pressioni per un ritorno alla guerra, piuttosto diffuse fra la popolazione giovanile dei campi profughi, nascono da una disperata volontà di uscire dall’oblio, abbandonare le durissime condizioni di vita dei campi e ritornare nella propria terra. Se é evidente che un ritorno alle armi produrrebbe enormi costi sociali e imprevedibili ripercussioni politiche e militari, è tuttavia opportuno, come suggerisce l’autore, interrogarsi sul perché molti -non tutti- giovani saharawi vedano il ritorno alla guerra come unica soluzione. Read more…

 

Sogno

Mohamed Salem Werad è un giovane saharawi residente nel campo profughi di Smara. Come lui stesso si definisce: saharawi, profugo, scrittore e combattente per l’indipendenza del Sahara Occidentale. Collaboratore di Saharawi Voice, blog che raccoglie storie di giovani saharawi, Mohamed ha anche avviato “Soccer for Freedom”, uno dei progetti portato avanti da Radici Solidali nei campi profughi. Da marzo 2011 gestisce un blog in inglese su cui pubblica le proprie riflessioni ed opinioni su vari aspetti della sua cultura, su questioni politiche, sociali e culturali collegate alla condizione dei profughi saharawi.

Nella vita l’economia è un aspetto essenziale. Sognare è qualcosa di naturale che ci accomuna tutti. I mezzi economici giocano un ruolo cruciale nella realizzazione dei sogni. Senza risorse economiche i sogni o i progetti per il futuro appaiono futili. Questo non implica che il successo o la realizzazione dei sogni dipendono solo dai soldi, perché, certo, i soldi sono solo una tra le tante cose che contano. Progetti chiari e realistici e molto impegno, per esempio, rappresentano secondo me gli elementi chiave nel raggiungimento del successo; i soldi ricoprono in ogni caso il ruolo decisivo. Poiché ogni persona è figlia dell’ambiente in cui vive, probabilmente vale la pena che vi racconti un po’ di cose sul mio paese, sulle condizioni e le sfide che stiamo affrontando e sui sogni che abbiamo per il futuro.

Durante la colonizzazione spagnola e prima dell’invasione da parte del Marocco, la nostra economia era basata su uno stile di vita nomade. I nostri antenati possedevano animali, in particolar modo cammelli di cui mangiavano la carne, bevevano il latte e utilizzavano la pelle per farne tappeti per la preghiera, contenitori per l’acqua e selle. Anche le capre erano un elemento fondamentale nell’economia, fornivano infatti la carne, la pelle per farne contenitori per l’acqua e i peli per costruire le tende. I cavalli venivano invece usati principalmente per i viaggi e in periodi di guerra, specialmente durante le battaglie che i nostri antenati combatterono contro i colonizzatori spagnoli. Gli animali rappresentavano anche una merce di scambio per vestiti, armi, zucchero e tè. Non possono darci torto se affermiamo che i nostri avi avevano raggiunto un certo grado di autosufficienza.

Ai tempi dell’invasione da parte del Marocco dal Nord e da parte della Mauritania dal Sud, fummo costretti a fuggire nel deserto algerino, uno dei più duri al mondo. Lì il terreno non era fertile, non c’erano fonti d’acqua e le piogge poco frequenti rendevano le cose ancora più difficili. Ci ritrovammo senza più nulla; la nostra terra era colonizzata, vivevamo nel deserto con pochi sostegni e avevamo il bisogno urgente di tante cose: cibo e medicine per la nostra gente, tende e ripari per sopravvivere e armi per combattere la guerra. Dobbiamo ringraziare l’Algeria e la Libia per averci aiutato con cibo, medicine e tende, prima di riuscire ad attirare l’attenzione delle cosiddette organizzazioni umanitarie.

Dopo il cessate il fuoco del 1991 sono stati fatti tanti passi in avanti nella vita economica, soprattutto per quanto riguarda il commercio. Molte persone hanno avviato attività viaggiando in Algeria, Mauritania e Spagna, dove comprano merci che rivendono poi nei campi. Ad oggi siamo ancora dipendenti dagli aiuti umanitari, almeno per quanto riguarda alcune necessità alimentari, cosa che risulta difficile da accettare per un popolo pieno di dignità e storicamente autosufficiente. Il nostro obiettivo è l’indipendenza e la costituzione di uno stato forte e prosperoso. L’autosufficienza è uno dei fattori più importanti per un’indipendenza reale, situazione in cui i cittadini possono godere di eque opportunità economiche e di una giusta ridistribuzione delle risorse, cosa che già, di per sé, rappresenta una garanzia per la sicurezza nazionale. Cito la sicurezza nazionale perché, fino a  quando in una società alcuni gruppi continueranno a essere trascurati, l’unità e il tessuto sociale di quella nazione risulteranno essere minacciati e in pericolo.

Sogno di partecipare alla costruzione di un futuro più roseo per la mia nazione e per il mio popolo. L’idea diffusa sul Sahara Occidentale è fuorviante in quanto si associa all’immagine di una terra arida e sterile, ma la nostra nazione è in realtà ricca, piena di risorse naturali, di pesce e di potenziali giacimenti petroliferi. A causa del numero esiguo di abitanti e della ricchezza di risorse, il Sahara Occidentale viene a volte definito il Kuwait del Nord Africa.

Sogno di costruire hotel moderni a Dakhala, sulla costa atlantica. In questo modo potrei invitare i miei amici provenienti da tutto il mondo ad apprezzare l’estate e la bellezza del Sahara Occidentale e potrei creare tanti posti di lavoro per il popolo saharawi e per i fratelli delle nazioni vicine.

 

L’appello di Kaziza Lafkir, in sciopero della fame


La seconda pubblicazione di Oltre il Muro è l’appello di un giovane saharawi, Kaziza Lafkir, in sciopero della fame dal 1° giugno per richiedere la liberazione dei 22 prigionieri politici saharawi detenuti nel carcere di Salé, a Rabat, dopo la repressione dell’accampamento pacifico di Gdeim Izik.

Buongiorno,

mi chiamo Kaziza Lafkir, sono nato 21 anni fa a El Ayun, nel cuore del Sahara Occidentale occupato dal Marocco.

Ho deciso di iniziare uno sciopero della fame, immediatamente e a tempo indeterminato, come mezzo di protesta contro l’ingiusto trattamento che ricevono i miei compatrioti nelle carceri del paese che ormai da 37 anni ci occupa militarmente con il beneplacito delle grandi potenze mondiali, nonostante le condanne internazionali e gli enormi sforzi per raggiungere una soluzione pacifica.

Se oggi sono ancora qui, fuori dalla mia terra, non è per mio desiderio o capriccio, ma a causa delle minacce che mi sono arrivate attraverso una familiare stretta che è stata arrestata e interrogata per più di una settimana affinché confessasse dove mi trovassi e cosa stessi facendo, e che alla fine ha ricevuto questo consiglio:  “meglio che non torni, se vuole continuare a vivere”.

Attualmente la mia casa a El Ayun continua ad essere sotto stretta sorveglianza della polizia ed è mio fratello minore che deve uscire a comprare il pane e il cibo, poiché i miei fratelli e mia madre devono muoversi poco se non vogliono essere arrestati.

Però oggi non sono qui né per me né per la mia famiglia, per lo meno non quella stretta, ma per un’altra famiglia che oggi soffre una reclusione di un anno e mezzo, nelle condizioni peggiori che si possano immaginare, con frequenti torture e un pessimo trattamento sanitario e igienico. Parlo dei miei 22 fratelli prigionieri nel carcere di Sale a Rabat, parlo dei quasi 80 fratelli e sorelle che sono prigionieri in diverse carceri a causa della loro lotta per un Sahara libero.

Nessuno dei miei 80 fratelli né io abbiamo commesso alcun delitto, se non quello di cercare di condurre una vita dignitosa, libera, in pace, con sovranità e indipendenza, come saharawi, diritto che ci è stato riconosciuto in varie risoluzioni delle Nazioni Unite a partire dal 1960, quando ancora eravamo sotto il dominio coloniale spagnolo, e ratificato in tante altre risoluzioni.

La situazione non può continuare in questo modo, non possiamo continuare a vivere senza una patria, senza un Paese, senza uno Stato che riconosciamo come nostro.

Il popolo saharawi non può continuare a essere asfissiato eternamente e né le repressioni, né il carcere, né le torture riusciranno a farci indietreggiare nella lotta pacifica per i nostri obiettivi di libertà e indipendenza.

Per questo ho deciso da solo di continuare la mia lotta pacifica attraverso questo sciopero della fame, così come fecero altri prima di me, tra cui Nelson Mandela, Gandhi, Aminetu Haidar, una lotta che non smetterò fino a che come minimo non saranno liberati i miei 22 fratelli arrestati durante l’atto eroico dell’accampamento di Gdeim Izik.

Voglio inoltre ricordare e fare uno speciale omaggio al martire Hamdi Tarwafi, attivista trovato morto due giorni fa vicino al fiume Saguia el Hamra, luogo dove di solito la polizia lascia gli attivisti dopo gli interrogatori nel commissariato.

Voglio ricordare anche il martire Said Dambar che è stato ucciso e il cui corpo ancora non è stato restituito ai suoi familiari. Esigo giustizia immediata per la sua famiglia.

Faccio un appello urgente al governo marocchino affinché risponda a queste richieste che non sono solo mie, ma di tutto il mio popolo, o in caso contrario ad andare incontro alle conseguenze che potrebbero verificarsi, prima fra tutte la mia morte.

Faccio un appello a tutti i saharawi della diaspora, a tutti i saharawi dei territori occupati e dei campi profughi, che sono un unico popolo, ovunque essi siano, affinché manifestino in favore della libertà dei nostri fratelli prigionieri e dell’indipendenza della patria il 9 giugno, anniversario della morte del nostro eroe nazionale El-Ouali Mustapha Sayed. Manifestiamo tutti uniti davanti a ogni ambasciata, ogni consolato, ogni ufficio turistico della monarchia marocchina per la libertà dei prigionieri politici e per la libertà del Sahara.

Non possiamo fermarci nemmeno per un secondo, i nostri fratelli e la nostra patria hanno bisogno di noi.

 

Intervista a Mohamed Tangi, attivista di Equipo Mediatico

Mohamed Tangi è un “attivista mediatico” saharawi della città di Bojador, nei territori occupati del Sahara Occidentale. È membro del movimento Equipo Mediatico, che si batte per i diritti umani del popolo saharawi e contro il blocco informativo costituito dallo Stato marocchino sulla questione del Sahara Occidentale.

L’intervista è stata realizzata il 13 ottobre 2011 nel campo profughi saharawi 27 de Febrero da Claudio Cassio e Riccardo Celi, membri dell’équipe di Oltre il Muro.

“Oltre il Muro”: Puoi presentarti?

M: Mi chiamo Mohamed Tangi e sono un attivista saharawi, membro di Equipo Mediatico, realtà che si batte contro il blocco informativo che opprime il popolo saharawi dal 1975. La MINURSO, istituita nel 1991 [anno del cessate il fuoco tra Marocco e Fronte Polisario sancito dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Ndr], ha assistito nei territori occupati alle torture, alle violenze contro le donne e gli uomini, alle case bruciate, alla gente uccisa nelle strade, gente che non ha nessun diritto, né di studiare, né di muoversi, né di esprimersi liberamente. La MINURSO però non ha fatto e non fa nulla, nemmeno dei report che raccontino la verità e tengano informata la comunità internazionale sul Sahara Occidentale, l’ultima colonia dell’Africa.

Nel 2005 tuttavia è cambiato qualcosa nella resistenza civile saharawi; tutti i saharawi sono scesi in strada -donne, uomini e bambini- a El Aaiún e in tutte le città occupate per reclamare l’autodeterminazione del popolo saharawi; abbiamo chiamato queste manifestazioni l’“intifada dell’indipendenza”. L’anno scorso [2010, Ndr] c’è stata una grande prova di resistenza civile nei territori occupati, a 12 km a sud di El Aaiún. I saharawi hanno allestito un accampamento di circa 8.000 jaimas [tende saharawi, Ndr] chiamato Gdeim Izik, in cui si sono radunati 20.000 cittadini saharawi che protestavano e chiedevano di vedere riconosciuti i loro diritti sociali e politici. I marocchini hanno cercato di impedire a molti di recarsi lì, ma vedendo che nonostante tutto molti saharawi riuscivano ad arrivare, hanno costruito un recinto intorno all’accampamento, simile al muro della vergogna che separa il popolo saharawi dalla sua terra. Un giorno è entrata una macchina nell’accampamento, con dentro un bambino e i suoi fratelli che portavano da mangiare alla gente di Gdeim Izik; i militari marocchini hanno sparato contro la macchina e un bambino di 14 anni è morto.

L’8 novembre 2010 i militari, gli ausiliari, la polizia, la gendarmeria, i servizi segreti marocchini hanno sgomberato l’accampamento in maniera brutale; alle 5 del mattino, quando la gente stava dormendo, i marocchini sono entrati, hanno violentato e torturato donne e uomini, vecchi e bambini, dando fuoco ad alcune jaimas. Ieri [8 novembre 2011, Ndr] c’è stata la celebrazione dell’anniversario del primo anno di Gdeim Izik, accampamento simbolo nella storia della resistenza civile del popolo saharawi. Durante lo sgombero più di 200 persone furono portate nel “carcere nero” di El Aaiún occupata, sia uomini che donne, alcune delle quali sono state liberate grazie alle pressioni delle ONG e di alcuni Paesi. Ci sono però ancora dei prigionieri nelle carceri marocchine di Salé che saranno giudicate dal tribunale militare: 23 prigionieri tra cui attivisti dei diritti umani, membri della Commissione di Dialogo dell’accampamento di Gdeim Izik e anche un membro di Equipo Mediatico.

“Oltre il Muro”: Quale può essere secondo te la soluzione alla violenza marocchina?

M: La soluzione è molto chiara, perché la causa del popolo saharawi riguarda il diritto internazionale. Il Sahara Occidentale è inserito tra i 16 paesi non autonomi del mondo e la soluzione è offerta dalla Risoluzione 1514 che sancisce il diritto di autodeterminazione dei popoli. La comunità internazionale però non agisce, è interessata solo a beneficiare delle risorse naturali del popolo saharawi mentre questo subisce privazioni, torture e prigionia.

“Oltre il Muro”: Credi che oggi sia possibile che si tenga il referendum per l’autodeterminazione del popolo saharawi?

M: È sempre possibile, anche se dipende dai 5 paesi leader del mondo che hanno il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza. C’è uno Stato, la Francia, che gioca il ruolo di avvocato del torturatore del popolo saharawi! Spesso si è schierata, con il suo veto, contro il meccanismo di vigilanza dei diritti umani nei territori occupati.

“Oltre il Muro”: Puoi parlarci delle torture subite nel “carcere nero” di El Aaiún?

M: Le torture sono di molti tipi e vengono perpetrate non solo nel “carcere nero” ma anche nei commissariati e nelle carceri segrete. Ci sono torture di tipo psicologico. Ad esempio, portano una persona della tua famiglia davanti a te e ti minacciano di violentarla sotto i tuoi occhi. Ad alcune persone hanno strappato i vestiti delle loro sorelle davanti ai loro occhi e le hanno violentate. C’è poi la tortura fisica. Ad esempio, la tortura del “pollo allo spiedo”: le persone vengono appese ad un palo e mentre rimangono sospese in aria subiscono torture di ogni tipo. Ce n’è un’altra che chiamano “l’aereo”: legano una persona a una sedia e la fanno girare fino a che non entra in coma. A volte legano con una corda una persona e le danno scariche elettriche affinché confessi qualcosa che non ha commesso; altre volte la immergono in acqua fredda o la lasciano, nuda, in una stanza fredda con molto rumore e molta luce.

“Oltre il Muro”: Sai qualcosa della situazione attuale [prima settimana di ottobre 2011, Ndr] a Dakhla?

M: Sì. La polizia e l’esercito marocchini ora usano una nuova strategia contro i saharawi; lasciano che i coloni, armati con armi bianche, attacchino sotto i loro occhi i cittadini saharawi. A Dakhla si sono verificati violenti attacchi dei coloni mentre i militari marocchini attaccavano le case dei saharawi, li torturavano e violentavano le donne. Hanno anche ucciso un giovane saharawi di 29 anni mentre un altro è al pronto soccorso di El Aaiún in condizioni molto gravi. 27 giovani saharawi sono stati arrestati.

“Oltre il Muro”: Vorrei sapere come valutate ciò che sta succedendo in Marocco con il Movimento 20 Febbraio e tutte le contestazioni contro il Re.

M: Vi ricordo che queste rivoluzioni sono iniziate nel Sahara Occidentale, a Gdeim Izik, come è stato riconosciuto anche dall’intellettuale statunitense Noam Chomsky!

Io sono d’accordo con i marocchini che rivendicano i propri diritti, ma solo perché sono al fianco di chiunque lotti per rivendicare i propri diritti; non perché, come dice il regime marocchino cercando di delegittimarci, sto con il Polisario e quindi contro il governo marocchino! Vedo che giorno dopo giorno tra il popolo marocchino viene meno la paura e se prima esso combatteva solo contro la corruzione del regime, ora combatte il regime stesso!

“Oltre il Muro”: Pensi che possa avere conseguenze, nei territori occupati, il fatto che il regime sia obbligato a concentrarsi su questioni interne?

M: Noi speriamo che la rivoluzione marocchina arrivi a cambiare il regime, perché sono sicuro che molti marocchini lottano anche per la libertà del popolo saharawi.

“Oltre il Muro”: Puoi parlarci delle restrizioni all’ingresso nei territori occupati per gli osservatori internazionali e per le ONG che si occupano di diritti umani? Come influisce tutto ciò sul blocco informativo?

M: Ha una grande importanza che vengano persone nei territori occupati, siano essi osservatori, membri delle ONG, giornalisti, politici, attori e artisti. Tuttavia i marocchini non lasciano entrare molti stranieri nei territori occupati perché sanno che loro fanno riprese, scattano fotografie e raccolgono testimonianze.

“Oltre il Muro”: Com’è la comunicazione tra i territori occupati e i campi di Tindouf?

M: Oggi grazie a Dio c’è Internet! La globalizzazione ha trasformato il mondo in una piccola città, così posso comunicare dall’Italia al Sahara Occidentale come se fossimo vicini. La comunicazione tra i territori occupati e i campi avviene via internet, anche se, oltre ai problemi di connessione, c’è moltissimo controllo delle reti web. A volte usiamo anche il telefono che però è pericoloso perché molto controllato.

“Oltre il Muro”: Grazie della testimonianza!

M: Di nulla, a voi.