Venerdi 13 gennaio 2012 ci sarà il giudizio militare, presso il tribunale militare di Rabat, per i 23 prigionieri politici saharawi detenuti nel carcere di Salé. Questi erano stati arrestati in seguito allo smantellamento dell’accampamento di Gdeim Izik nel novembre 2010 e da quattordici mesi hanno vissuto la dura realtà della prigione.
Da mesi è attiva una campagna internazionale per la loro liberazione, denunciando le condizioni disumane del carcere, le discriminazioni, le torture subite e la lentezza nel giudizio. Il Polisario ha richiesto il rilascio “immediato e senza condizioni” dei prigionieri politici saharawi. I prigionieri di Salé, inizialmente 24, erano arrivati ad attuare uno sciopero della fame di 38 giorni, concluso lo scorso 7 dicembre.
Le loro rivendicazioni sono state accettate e la situazione in parte è migliorata: i due casi gravi di salute sono in libertà provvisoria, il giudizio è stato accelerato e sono state date le garanzie perché ci sia un processo giusto. Le associazioni in difesa dei diritti umani continuano però a denunciare la mancanza di osservatori internazionali, siano essi giuristi o giornalisti. Con un nuovo appello internazionale richiamano chiunque si occupi di diritti umani a seguire questa vicenda, a partire dal prossimo processo del 13 gennaio, perché snodo cruciale nella situazione dei territori occupati, dove si susseguono le repressioni di manifestazioni e moti di protesta, senza una presa di posizione della comunità internazionale, ONU e UE in primis.
L’Agenzia Internazionale per il Rispetto dei Diritti Umani nel Sahara Occidentale (BIRDSHO) di Ginevra ha presentato lo scorso 25 novembre il rapporto della 47esima sessione sulla situazione della tortura e del rispetto dei diritti umani, denunciando le continue violazioni. In apertura del documento si parla di passi avanti nella situazione dei diritti umani in Marocco, dovuti in particolare ad una crescente attività di associazioni marocchine, ma per quanto riguarda il Sahara il Comitato si dice preoccupato per le “pratiques des arrestations et détentions arbitraires, des détentions au secret et dans des lieux secrets, des tortures et mauvais traitements, des extorsions d’aveux sous la torture, et un usage excessif de la forcepar les forces de l’ordre et de sécurité marocaines”.
Il Comitato ricorda anche che ai sensi della Convenzione contro la tortura “nessuna circostanza eccezionale può essere invocata per giustificare la tortura nel territorio sotto la giurisdizione dello stato e che le misure, le procedure di indagine e di inchiesta devono essere intraprese nel pieno rispetto del diritto internazionale sui diritti umani”.
Lo stesso Comitato si dice “preoccupato per le vicende relative all’evacuazione del campo di Gdeim Izik”. Riconosce che “la maggior parte degli arrestati sono stati rilasciati in attesa di giudizio, ma continua ad essere seriamente preoccupato per il fatto che tali processi si terranno davanti ai tribunali militari quando si tratta di imputati civili”. Infine, è grave che non abbia avuto luogo “un’indagine imparziale ed efficace al fine di far luce sugli eventi e stabilire ogni responsabilità nella polizia”.
Nel frattempo le violazioni si susseguono: a Dajla giovedi 5 gennaio del 2012 il difensore di diritti umani Hassana El Wali, membro del Comité contra la Tortura de Dajla occupada, è stato arrestato al commissariato della città, dove si era recato per rinnovare il proprio documento di identità. Secondo la Fundación Sahara Occidental El Wali, dopo aver subito torture, è stato in seguito trasferito alla temuta Cárcel Negra di El Aaiún, dove vengono detenuti i prigionieri politici saharawi sin dai tempi della Resistenza. La Fundación si appella all’Unione Europea perché faccia pressioni al Marocco per ”svuotare le carceri marocchine e quelle del Sahara Occidentale di attivisti e difensori dei diritti umani” e che “fermi il genocidio che continua da anni nel Sahara Occidentale”.
Il Fronte Polisario, in uno dei primi comunicati successivi al XIII Congresso si è appellato all’ONU nella necessità di espandere i poteri della Missione per il Referendum in Sahara Occidentale (MINURSO), includendo la protezione e il monitoraggio dei diritti umani. D’altro canto però inizia a vedersi qualche timido passo avanti della comunità internazionale, come la decisione del Congresso degli Stati Uniti di condizionare gli aiuti al Marocco al rispetto dei diritti umani nel Sahara Occidentale.
Tuttavia le autorità marocchine continuano invece a sostenere la necessità di difendersi con un Piano di Sicurezza da possibili attacchi terroristici. Questa narrazione ufficiale degli eventi ha distorto anche la vicenda del rapimento dei tre cooperanti, Rossella Urru, Ainhoa Fernández de Rincón ed Enric Gonyalons. Nel contesto di silenzio mediatico e di disinformazione che ancora ammanta la vicenda, il collegamento fra terroristi e Polisario è stato più volte ipotizzato, in particolare dall’agenzia France Press (AFP) a Bamako, che ha sostenuto il legame fra saharawi, terroristi di AQMI (Al Qaeda del Marghreb Islamico) e traffico di droga.
Un colpo però a questa narrazione ufficiale degli eventi è arrivato dal governo del Mali che ha dato alla RASD (República Árabe Saharaui Democrática) il diritto di perseguire i terroristi nel territorio maliano, riconoscendo una volta di più il legittimo governo saharawi e il Polisario come garante della lotta al terrorismo all’interno dei campi rifugiati. Dal Mali anche il totale sostegno agli sforzi per la liberazione dei tre cooperanti rapiti.